Un secolo fa, in Inghilterra, un gruppo di donne decise che non avrebbe più chiesto il permesso di esistere come cittadine.
Erano le suffragette della Women's Social and Political Union, fondata nel 1903 da Emmeline Pankhurst.
Per anni avevano marciato pacifiche, con cartelli e petizioni. Il Parlamento le ignorava, la stampa le derideva, la polizia le disperdeva.
Allora cambiarono strategia. Sotto la leadership intransigente di Pankhurst e delle sue figlie, scelsero la parola d'ordine "Deeds, not words" - Fatti, non parole.
Iniziarono la violenza urbana: vetrine di negozi e uffici governativi infrante a martellate, cassette postali incendiate, opere d'arte sfregiate nei musei, fili del telegrafo tagliati, bombe rudimentali davanti alle case dei ministri. Non per ferire le persone, ma per rendere impossibile ignorarle.
La risposta dello Stato fu durissima: cariche brutali, arresti di massa, carcere.
In prigione facevano lo sciopero della fame e venivano nutrite con la forza, una tortura.
Fuori venivano licenziate, intimidite, isolate dalle famiglie.
Non si fermarono. Ogni arresto diventava propaganda, ogni cella un palco.
Quando nel 1918 il Parlamento concesse il voto alle donne sopra i 30 anni, e poi nel 1928 la parità completa, non fu un gentile regalo.
Fu la resa di un potere che aveva capito di non poter più rinchiudere metà del Paese.
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