Lavoro: profumo non puzza
A Napoli ho imparato che esiste il lavoro ma esiste pure la fatica, quella che inizia con la f, perché fete , puzza. Pensavo che il riferimento alla puzza fosse riferito solo al sudore, per distinguere i lavori manuali e faticosi appunto da quelli che non lo sono. Ma crescendo ho scoperto molti altri tipi di odori, puzze, che hanno ampliato il significato nascosto di quella f, odiosa iniziale.
Una è la puzza dei soprusi, del lavoro nero, sottopagato, degli sfruttamenti e degli abusi; una puzza non così palese, ma subdola, che riesce a infiltrarsi nelle zone più inaspettate.
Un’altra è la puzza dei casermoni dove i cosiddetti caporali ammassano persone peggio delle bestie, che anche loro oggi meritano di essere trattati con rispetto; paga misera, orari assurdi, condizioni igieniche intollerabili…e sì, direi che tutto questo fete proprio!
Poi c’è la puzza, chissà perché nel dialetto napoletano entra sempre in gioco, di fame e di freddo, di chi non riesce a sbarcare il lunario, a causa di lavori precari, che non riescono neanche a pagare un affitto, o per via di un lavoro che al momento proprio non si trova, almeno pe’ s’ abbuscà ‘a juornata.
Per non parlare di quei bambini che non dovrebbero conoscere quel nauseante odore, ma solo il profumo di infiniti giorni di festa e di colore. Figuriamoci, oggi i bambini conoscono anche la puzza della guerra: operai, soldati, quando dovrebbero essere solo bambini.
Esiste anche la puzza di malattia e di ospedale, quella di tutti quei lavoratori che sono costretti dal bisogno a lavorare in condizioni di rischio per la propria salute e quella delle loro famiglie in fabbriche che definire tossiche è poco.
In quanto donna del sud potrei parlarvi di ben altri due tipi di discriminazione e di svantaggi, di un fetore quasi fecale, ma non voglio annoiarvi oltre misura, quindi lascio spazio alla vostra riflessione e vado a concludere con la puzza più tremenda.
È la puzza di morte, che ormai stai inondando le nostre case attraverso i notiziari, ormai simili a bollettini di guerra. Morti bianche le chiamano, io credo che quelle persone erano trasparenti, invisibili, forse come fantasmi ricoperti da un lenzuolo bianco. Alla fine fantasmi lo sono diventati per davvero, nell’indifferenza di chi non si impegna sul serio per mettere fine a questa carneficina. Si lavora per vivere non per morire.
Allora nella ricorrenza oltre a festeggiare con bei paroloni di contorno, pensate bene a come non farci sentire più queste puzze, perché esista solo il lavoro e non la fatica, quella che fete. Non siamo in un campionato dove c’è una serie A e una serie B. Il lavoro deve profumare di dignità e rispetto!
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