Rimango da solo seduto al tavolo, in quello stanzone che si offre ai miei occhi per essere scrutato. Il tavolo è di legno massello,
molto antico, e butta fuori un odore di vecchio, ma di quel vecchio rassicurante, non di chiuso e fetido.
Mi ricorda l’odore di quando sto seduto nella mia guardiola, attrezzata con mobili di inizio novecento. Lo stabile di cui sono portiere è un palazzo storico di Torino.
Da quanti anni vivo in questa città, tra malinconie e disagi, ma il sogno di crearmi una famiglia e di costruire qualcosa di buono mi ha dato la forza di andare avanti e sopportare tutto il resto. Quante volte avrei voluto, i primi tempi, fare le valigie e tornare nella mia città; tutto mi mancava, e in tutto Napoli differiva da Torino, a partire dal clima. Umida come nessuna, nei giorni invernali l’aria è pregna di goccioline, così tanto che sembra quasi che piovi sempre. Ma non è pioggia, è solo l’aria che non smette di sudare: sudare freddo.
Comunque, dopo tanti anni ho superato quella fase, e anche se ancora qualche condomino mi considera solo il pittoresco portinaio napoletano, apprezzo la mia vita e tutto quello che ho fatto per trovarmi fino a questo punto.
Lavoro, conosco tanta gente e ho sempre modo di conoscerne altra; l’androne di un palazzo può essere una fonte inesauribile di relazioni.
#estratto dal mio romanzo "L'uomo che parla all'universo"


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