FELICITÀ RAGGIUNTA, SI CAMMINA
Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t'ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
Eugenio Montale
In questo componimento inserito nella raccolta Ossi di seppia e scritto probabilmente nel 1924, Eugenio Montale scandaglia il tema della felicità umana. Per descrivere la fugacità e la precarietà di quest’ultima, il poeta si affida ad alcune efficaci analogie: il camminare sull’orlo di una lama tagliente, una fiammella debole che rischia di spegnersi a ogni soffio di vento, una sottile lastra di ghiaccio che va in frantumi non appena un piede vi si posa. Chiunque persegua la “felicità raggiunta”, è pertanto invitato a non sottoporre questo stato a ulteriori sollecitazioni, perché fragile è l’equilibrio che rende possibile il mantenimento di quella condizione, continuamente minacciata. La felicità, mai possesso definitivo - dice il poeta nella seconda strofa, con un sottile richiamo al concetto di felicità de Il sabato del villaggio di Leopardi - può comunque rischiarare l’animo crucciato come la luce del mattino, provocando un piacevole sconvolgimento. L’immagine conclusiva è tuttavia quella della delusione infantile, che si accampa prepotentemente nella chiosa finale.

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