Durante la seconda guerra mondiale, gli ebrei di Budapest furono portati sul bordo del Danubio, fu ordinato di togliersi le scarpe e furono fucilati, cadendo nell’acqua sottostante.
60 paia di scarpe di ferro ora fiancheggiano la riva del fiume, un memoriale spettrale per le vittime.
Dopo l’occupazione dell’Ungheria durante la Seconda guerra mondiale da parte dei tedeschi (marzo 1944, operazione Margarethe), e la sostituzione del reggente ungherese ammiraglio Miklós Horthy con Ferenc Szálasi (nominato dai tedeschi Primo Ministro e Nemzetvezető , Capo della Nazione), ebbe inizio la deportazione degli ebrei ungheresi che, al momento, contavano, nel Paese, 825mila individui: di questi 437mila vennero inviati – tra il maggio e il luglio 1944 – con trasporti ferroviari, ai campi di concentramento in Austria e Polonia; altri 148mila li seguirono entro il dicembre successivo e circa 40mila vennero uccisi in patria.
Dei 200mila che risiedevano a Budapest, 96mila vennero raccolti, in più riprese, nei cantieri Ujlaki di Obuda (III Distretto cittadino) e quindi inviati a piedi, scaglioni, in Austria (ne scamparono, a fine guerra, 20mila); 104mila vennero ristretti in un ghetto istituito a fine novembre, nel quartiere ebraico (Erzsébetváros) del VII Distretto, completamente isolato dal resto della città da un alto muro con una recinzione di filo spinato. Di questi ultimi, 26mila riuscirono poi a scampare dallo isolamento grazie agli interventi sul Governo magiaro, del responsabile della Croce Rossa Internazionale a Budapest Valdemar Langlet, dell’addetto speciale alla locale Missione svedese Raoul Wallenberg, del finto console generale spagnolo (in realtà italiano) Giorgio Perlasca e dello svizzero Carl Lutz, dell’allora vescovo cattolico (poi cardinale) Jósef Mindszenty, dell’ufficiale di polizia ungherese Pál Szalai e dell’impiegato all’Ambasciata svedese Károly Szabó (alcuni dei quali furono poi annoverati dal Governo israeliano fra i “Giusti fra le Nazioni” ).
Non appena istituito, nel ghetto si scatenarono le Croci Frecciate che iniziarono l’eliminazione dei 78mila ebrei che vi erano rimasti: oltre 20mila furono fucilati a più riprese davanti alla Sinagoga di Rumbach. Altri – uomini, donne e bambini – vennero eliminati, nell’imminenza dell’arrivo a Budapest dell’Armata Rossa, in modo barbaro: legati in gruppi di tre con filo spinato ai polsi, portati con autocarri sulle rive del Danubio, venne loro ordinato di scalzarsi e quindi, uccisi con un colpo di pistola alla nuca e fatti cadere nel fiume. Alcuni, ancora in vita, morirono annegando, trascinati a fondo dai due compagni morti cui erano stati legati. In questo modo finirono, nel corso dei primi novanta giorni, circa mille ebrei di cui erano restate, sulle rive dei fiume, le scarpe, poi indossate o vendute dai loro assassini.
Il memoriale consta di una fila, lunga circa 70 metri, di piccole sculture in bronzo o in ferro, ciascuna delle quali rappresenta, a grandezza naturale, una scarpa (cipők) usata e fissata sulle lastre di pietra che costituiscono il ciglio della banchina orientale del Danubio.
Le scarpe sono del tipo in uso negli anni Quaranta, da uomo, da donna o da bambino, di varia foggia (dal sandalo allo scarponcino) che formano un complesso di 60 paia (alcune sono però singole), disposte disordinatamente in doppia fila, distanziate fra di loro. Autori dell’opera sono il regista teatrale Can Togay e lo scultore Gyula Pauer, ungheresi.


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