La legge di Lidia Poët



Si è conclusa su Netflix la serie ispirata alla figura di Lidia Poët, con la terza e ultima stagione. Sempre più brava Matilda De Angelis, pronta ad affrontare ogni ruolo, nella serie più investigatrice che avvocata; comunque nei panni di una donna che comunque sia, reclama il suo posto nella società e la sua libertà, diritti che per le donne all’epoca, in cui si svolge la storia, erano non solo frustrati ma del tutto ignorati.
Sì è una serie, molto romanzata, con siparietti di pura sensualità, storie da giallo/noir, ma di questo dà perfettamente l’idea: della lotta necessaria che hanno dovuto affrontare tante donne per il riconoscimento di quei diritti negati. In questo caso specifico, oltre alla posizione femminile in generale, viene presa in esame la possibilità negata a una donna di esercitare l’avvocatura. Una delle scene finali, in cui la protagonista si vede anziana, in una sorta di sogno premonitore a occhi aperti, nel momento della legittimazione del suo ruolo di avvocata, cosa realmente accaduta, e la ciliegina sulla torta, la conclusione ideale di questa serie, per dire che la lotta e la perseveranza pagano sempre, anche se aimè, a volte con molto ritardo.
Queste serie, pur nella loro costruzione fantasiosa e accattivante (non siamo di fronte a un prodotto venduto come “Documentario”), hanno il merito di far riscoprire personaggi che hanno fatto la storia, spesso dimenticati.
Allora vediamo chi era e cosa ha rappresentato per noi, specialmente donne, questa straordinaria donna?
Lidia Poët è stata una delle prime donne a laurearsi in giurisprudenza e la prima donna a svolgere la professione di Avvocato, in Italia. Mossa dalla passione per il proprio lavoro e dalla determinazione nel raggiungere i propri obiettivi, ha saputo sfidare un mondo che era esclusivamente maschile aprendo la strada al riconoscimento per le donne di diritti che, un tempo neanche troppo remoto, erano del tutto assenti.
Nel 1881, Lidia si laurea col massimo dei voti alla facoltà di giurisprudenza di Torino. Dopo due anni di pratica legale, supera l’esame di abilitazione e presenta all’Ordine degli Avvocati la domanda per essere iscritta all’albo degli Avvocati e dei procuratori legali. In assenza di norme che escludessero le donne dalla professione di Avvocato, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino iscrive la Poët, prima donna in Italia, all’albo degli Avvocati (con 8 voti favorevoli e 4 contrari). La Corte d’Appello di Torino, tuttavia, su ricorso del Procuratore Generale del Re annulla l’iscrizione sull’assunto che la professione forense fosse un pubblico ufficio e come tale vietato alle donne. Anche la Cassazione, successivamente adita dalla Poët, conferma l’esclusione delle donne dalla professione di avvocato.
Lida, di fronte a una situazione di fatto giuridica e legislativa che escludeva le donne – in quanto tali – dall’avvocatura non si arrende e continua, senza titolo, a lavorare presso lo studio legale del fratello battendosi per i diritti dei soggetti più vulnerabili, minori e donne.
Grazie al movimento delle donne, nel 1919 il Parlamento approva la legge che ammette le donne ad accedere ai pubblici uffici, a eccezione della magistratura, e Lidia all’età di 65 anni, finalmente, diventa Avvocato.
“Le donne sono ammesse, a pari titolo degli uomini, a esercitare tutte le professioni e a coprire tutti gli impieghi pubblici, esclusi quelli che implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengano alla difesa militare dello Stato”.
Oggi, in Italia, le donne avvocato sono il 48% con un costante aumento negli ultimi anni.
Grazie Lidia.

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